La Nonna Argia

Ricordi d’infanzia – n.5

Mentre lei lavorava a ferri, mi sedevo accanto e la tormentavo perché mi raccontasse qualcuna delle sue storie ...


La nonna Argia, la mamma di mio papà, è vissuta in famiglia con noi a Milano, finché non ho avuto dodici anni, ovvero quando già frequentavo le medie. Successivamente, per qualche anno, è stata ospite al Palazzolo, un istituto per anziani. Ero in seconda liceo quando lei lì si è rapidamente aggravata dopo essersi rotta il femore e ci ha lasciati.
Ho molti bei ricordi in cui la rivedo accanto a me: sia episodi tra le mura di casa, sia al di fuori, quando uscivamo insieme, cosa che avveniva assai di frequente.

Quanto ad attività domestiche, la nonna sapeva fare letteralmente di tutto, a parte ovviamente il rammendare, fare calze e maglie di lana, cose che a quei tempi erano normali impegni di ogni donna di casa.
Ad esempio, lei aveva il fuso e la rocca con cui sapeva filare la lana e il lino. Oppure, sapeva realizzare da zero le nostre pantofole da casa, ritagliando decine di strati di panno di colore diverso e recuperato, che poi cuciva assieme per realizzare la suola, con lo spago e l’ago grosso per i materassi.

Nonna Argia Il suo impegno più frequente era comunque sferruzzare. Spesso, mentre lei lavorava a ferri, mi sedevo accanto alla sua grande sedia impagliata e la tormentavo perché mi raccontasse qualcuna delle sue storie. Lei ne sapeva di bellissime e davvero particolari: storie che mi facevano spalancare gli occhi ed emozionare anche dopo averle sentite e risentite tante volte. Perché lei creava sempre l’atmosfera adatta, la giusta tensione e attesa, per gustare finalmente la vittoria del protagonista o l’evento eccezionale conclusivo. E pensare che, poverina, era analfabeta: sapeva a malapena scrivere il suo nome. Ma a quei tempi era cosa normalissima per chi era nato e vissuto in campagna.

La nonna era nativa della provincia di Mantova: Nosedole, una frazione ricca di risaie. Là si era spostata e aveva avuto due figli maschi.
Da ragazza aveva fatto la mondina e mi raccontava che, quando era il periodo del trapianto delle piantine di riso, i proprietari raccoglievano le donne più giovani e robuste per portarle con carri e camion di qua e di là per le campagne a fare intere giornate di quel faticoso lavoro sempre in mezzo all’acqua. Ma tra giovani ragazze della stessa età l’allegria, le risate e i canti non mancavano mai:
– Sciur parun dale bele braghe bianche, fora le palanche … – intonava per farmelo meglio capire.
La nonna in gioventù aveva i capelli neri, poi diventati quasi completamente bianchi, argentei e li portava raccolti a chignon sulla nuca. Una volta l’ho vista coi capelli sciolti, mentre se li pettinava ed ero rimasto stupito, sia perché non mi sembrava più lei, sia perché non immaginavo che li portasse così lunghi.

Il marito, mio nonno Guglielmo, che non ho mai conosciuto, era un fattore esperto nella coltivazione del riso; lui aveva introdotto importanti innovazioni in quella coltura che lo avevano fatto stimare ed eccellere nella sua professione.
La nonna Argia aveva perso il figlio minore, lo zio Domenico, in ospedale per un’operazione mal riuscita. Conservava un medaglione che racchiudeva da un lato la foto del figlio e dall’altro un piccolo suo ciuffo di capelli neri. Ogni tanto tirava fuori quel suo ricordo, lo baciava e recitava una breve preghiera. Poi lo riponeva tra la biancheria del suo armadio: un mobile guardaroba come quelli che si usavano un tempo in campagna con un unico portellone e un unico cassetto in basso: lì teneva il medaglione.

Essendo la mia famiglia formata da sei persone in tre locali, la sua camera da letto era stata ricavata un angolo della cucina. Quell’armadio stava in quel locale col suo letto, coperto da un copriletto damascato e addobbato da due cuscini rossi. Era il mio divertimento ma anche la sua disperazione, perché ero irresistibilmente attratto da quel bel comodo cantuccio e lì mi buttavo spesso, senza pensarci su troppo, tra i suoi pazienti rimproveri: quante lotte ho fatto sul quel letto con quel paio di cuscini!

Purtroppo ogni tanto, com’è tipico tra suocera e nuora, tra mia mamma e mia nonna avveniva qualche battibecco, piccolo o grande. Io me ne dispiacevo e non capivo perché dovesse succedere: volevo bene innanzitutto alla mamma, ma parecchio anche alla nonna. Se l’episodio veniva poi riferito a sera a mio papà, erano in tre a litigare.
Ancora adesso me ne rattristo. Mi consola soltanto il fatto che quando la mia mamma, ormai invecchiata, ottantenne, si ricordava di mia nonna Argia ne parlava sempre bene e senza nessuna ruggine.

La nonna e mio papà si erano trasferiti a Milano, con altri parenti, non so per quale crisi economica o climatica. Giunti in città, mio papà sedicenne aveva cominciato a lavorare come garzone di fabbro. Quando da bambino capitavo col babbo in piazza del Duomo poteva accadere che mi dicesse:
– Giorgio, io ho attraversato questa piazza spingendo il carretto del fabbro! –

Pure la nonna si era cercata un lavoro a Milano e, per un certo tempo, aveva lavorato come cuoca presso un’importante, nobile e ricca famiglia (Besana mi pare). E davvero sapeva preparare e cucinare mille piatti diversi.
Da buona mantovana usava spesso lo strutto come condimento. Una cosa che mi piaceva tantissimo e che non sono più riuscito a rigustare altrettanto buona era il “chisulin”, una specie di pizzetta con acqua, farina e strutto che lei sapeva preparare in quattro e quattr’otto.
Ricordo quando col mattarello liscio e lucidissimo, lungo quanto l’intero tavolo della cucina, sapeva tirare una sfoglia perfettamente rotonda, grande e sottile. Poi la cospargeva di farina gialla da polenta, l’arrotolava, la disponeva su un lungo, consumato tagliere e, senza perdere il ritmo né la misura, in un’unica rapida passata di coltello ne ricavava le tagliatelle. Poi le distribuiva aprendole e arieggiandole su una bianca tovaglia, dove sarebbero rimaste ad asciugare almeno una mezza giornata prima di finire in pentola.
Mentre lei impastava giocavo anch’io con un pezzetto di pasta cercando di imitarla.

Un’altra operazione curiosa, anche se un po’ impressionante, era quando la nonna tirava il collo al pollo e lo metteva a penzoloni con le gambe serrate nel cassetto del tavolo e una tazza per terra per raccogliere il sangue. Dopo lo immergeva nell’acqua bollente e lo spennava; questo non mi faceva più impressione tant’è vero che volevo provarci anch’io; poi sulla fiamma del gas bruciacchiava tutte le piccole penne rimaste.

Ho molti ricordi di quando mi portava ai giardinetti. Erano più o meno dieci minuti di strada che però con lei diventavano almeno il doppio. Infatti aveva i suoi punti fissi di sosta. Uno con una portinaia in via Sansovino che stava spesso alla finestra, di vedetta per chiacchierare con chi passava sul marciapiede. Un’altra sosta obbligata era presso un villino più oltre in via Fucini, dove una vecchietta al pomeriggio stava a lavorare nell’orticello; era una signora molto grassa e chiacchierona. Quando mi additava e mi faceva i complimenti, la nonna rispondeva:
– Eh, sì, l’è come el mè Giuanin! – perché in effetti assomigliavo abbastanza al figlio Giovanni, mio papà.

Arrivati ai giardinetti di piazza Leonardo da Vinci, lei si sedeva alla solita panchina, quella di fronte all’uscita femminile della scuola elementare. Mentre io cercavo di divertirmi sulle sbarre al bordo del marciapiede, messe lì per impedire ai bimbi in uscita di precipitarsi direttamente in strada, lei aveva sempre i ferri in mano per produrre: calzini, guanti, sciarpe, maglie, ecc. E come pungevano le sue maglie quando le indossavi!
Ma con le nostre modeste disponibilità di allora quegli indumenti di lana grezza non avevano alternative:
– Vedrai che domani ti pungerà di meno! – diceva e io mi dovevo rassegnare.

In effetti, quante economie si facevano! Ricordo che una volta, avendo il vento staccato un grosso ramo da un albero dei giardini, la nonna se l’era trascinato fino a casa per ricavarci qualche legno per la stufa.
Se d’inverno c’era un po’ di sole, andavamo egualmente fuori nell’ora più calda al pomeriggio.
Allora lei si metteva in piedi, appoggiata alla parete del Politecnico, là dove c’erano le statue che io dicevo dei “nonni” (due eminenti ex-professori di quell’università) e cercava di rubare un po’ di calore dalla parete illuminata dal sole e dal suo riflesso.

Che bello quando mi portava da sua nipote, mia zia Susanna. Lei era davvero ricca, si era sposata bene, diciamo. Il marito, Nino, aveva una propria attività di import-export.
In casa sua non le mancava niente, anche nel periodo di guerra. Se andavamo a trovarla, c’era il rito che prima di uscire ci portasse in una stanza all’ultimo piano (forse il solaio ma molto ben tenuto). Apriva a chiave quella porta e di là c’era ogni ben di Dio! Nella borsa della nonna finiva qualche pezzo di sapone, qualche scatola di carne e altre cosette da mangiare.
Dalla zia Susanna si andava con la filovia. Invece dagli altri parenti della nonna si andava a piedi. Quella strada era abbastanza lunga: ultimamente la nonna doveva fermarsi ogni tanto per riprendere fiato: cominciava infatti a soffrire di cuore.
Quegli “zii”, anch’essi immigrati dal mantovano, erano un gruppo molto numeroso; ricordo solo qualche loro nome: Bianca, Maria, Aliprando, Riccoboni, Nuvolari … nient’altro, neppure che tipo di parentela esistesse.
Avevano un appartamento all’ultimo piano in corso di Porta Vittoria, con un terrazzo grandissimo che a me che vivevo in un piccolo appartamento, sembrava un vero piazzale.
Altra cosa curiosa: avevano in salotto un quadretto colorato, scolpito a rilevo che rappresentava l’interno di una cucina col focolare, il tavolo e le sedie e io restavo incantato a guardarlo, per quei piccoli particolari così realistici; era la prima cosa che andavo a cercare quando arrivavo da loro.
Pure curiosa era la terrina di frutta secca che tenevano sempre sul tavolo in sala da pranzo: prugne, pesche, albicocche: per me quelli erano sapori sconosciuti.

Ho anche il ricordo di una visita triste. Di quando la nonna mi aveva portato a far visita alla nostra ex portinaia: la signora Santina.
Lei, lasciato anni prima l’incarico, si era trasferita con la figlia Gilda in un palazzo poco distante e là viveva all’ultimo piano, in una soffitta riadattata ad appartamento.
Era una triste occasione, perché la signora Santina era morta: le avrebbero fatto il funerale il giorno dopo. L’avevano distesa ben composta su un cassettone; era lì immobile con il rosario in mano.
Non mi avevano fatto avvicinare e guardavo sì e no in quella direzione. La nonna che era rimasta in amicizia con lei e con la figlia, cercava di consolarla con parole affettuose, di circostanza e io non capivo davvero perché ripetesse:
– L’è amò bela, la me par un fiur … – dato che a me, con le sue rughe poverina, sembrava bruttina da già viva.

Quante volte sono uscito con la nonna a fare la spesa! Sì, ma in economia: quelli erano tempi di ristrettezze.
Ad esempio, se andavamo al mercato, la prima azione era la rassegna di tutte le bancarelle e la valutazione delle possibili convenienze: su e giù. Poi si acquistava una cosa da questo e un’altra da quello, sempre mirando all’offerta più bassa. Rare erano le eccezioni.
Ma erano già momenti migliori, perché subito dopo la fine della guerra c’erano state circostanze più serie.
A quel tempo le autorità, prima di altre iniziative più ampie, avevano fatto allestire delle mense per coloro che non riuscivano a sfamarsi diversamente. Là davano un panino, una ciotola di minestrone di verdura secca e un pezzo di formaggio tenero. Ce n’era una vicino a casa, in piazzale Bacone. Ci sono stato anch’io in due o tre occasioni e mi è rimasta impressa la volta di quando all’uscita la nonna Argia era stata costretta a rientrare e a consumare sul posto la minestra che aveva cercato di portar fuori, infilandola in una gavetta sotto al cappotto.

La nonna mi voleva molto bene e se poteva cercava di accontentarmi.
Cito un esempio: era dicembre e si stava avvicinando il Natale. I miei due amici di casa, Franco e Luciano, mi avevano fatto vedere il loro abete tutto addobbato. Io non potevo avere una cosa così bella e me ne dispiacevo.
La nonna non s’era persa d’animo. Per accontentarmi era scesa nel cortiletto del codominio, e da un alberello d’alloro, quello che ogni tanto saccheggiava per la cucina, aveva staccato due rami. Li aveva disposti in mezzo al tavolo in un bel fiasco impagliato e addobbati con cioccolatini e caramelle dalla carta luccicante: ed ecco il mio albero di Natale!
Per esser sinceri, il giorno dopo la mamma mi ha acquistato al mercato un vero abete.

Questa era la mia nonna Argia. Quando è venuta a mancare ho avuto parecchi rimorsi, pensando che ultimamente non ero andato a trovarla abbastanza spesso.
Per tacitare un poco la mia coscienza ho allora portato il suo lutto per alcuni mesi, con una fascetta nera sul bavero della mia giacchetta di ragazzo in seconda liceo.
E se sono qui a parlare di lei è perché in me il suo pensiero è sempre vivo e riconoscente.
Ciao nonna!





G.A.

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