Alla Scuola Elementare

Ricordi d’infanzia – n.3
Di quel periodo abbastanza lungo ho diversi ricordi, sia piacevoli che tristi. Tra quelli belli, ad esempio ...


Ricordo il mio primo giorno di scuola. Essendo io nato nel mese di febbraio, per non farmi attendere un anno, i miei genitori avevano deciso di farmi frequentare privatamente la prima classe. Perciò mi iscrissero presso le suore di via Noè, che era la scuola privata più vicina a casa.
Non so quale fu il motivo, ma non iniziai dal primo giorno, soltanto qualche giorno dopo, ad anno scolastico già iniziato. Perciò mi trovai un po’ spaesato in mezzo a tutti gli altri bimbi che già si erano abituati all’ambiente della scuola.

La cosa che ora vi racconto mi è rimasta particolarmente impressa. Era il mio primo giorno e nell’intervallo tutte le classi erano scese in cortile per la ricreazione. Là c’erano tantissimi bambini in grembiulino nero e colletto bianco; non avevo ancora potuto fare bene conoscenza con quelli della mia classe: mi sembravano tutti uguali. Così, quando è suonata la campanella di fine intervallo, non sapevo in quale fila accodarmi e, completamente spaesato, mi sono messo a piangere. Ecco allora che una suora (enorme, mi era sembrata) mi ha preso per un braccio, dicendomi:
– Ehi, mammalucco, devi andare là … –
Il significato della parola mi era sconosciuto, ma il tono di voce era stato molto chiaro. Mi sono sentito così ingiustamente rimproverato, che da quella volta mi è rimasto un istintivo senso di avversione per tutte le suore, a qualsiasi ordine appartengano.
Ancor oggi mi capita ogni tanto di affermare “le suore sono cattive”, ma riconosco che parlo un po’ a sproposito, perché ce ne sono di buone e di cattive come in un qualunque gruppo di persone.

La mia maestra di prima elementare era invece molto dolce e buona ed era una laica. I primi giorni mi aiutava e mi incoraggiava affettuosamente a fare i “soldatini” (le lineette verticali alte due quadretti), per portarmi alla pari con gli altri bambini che già avevano potuto esercitarsi. Nonostante sia stato con lei soltanto in classe prima, la maestra si ricordava di me, anche a distanza di anni e mi salutava sempre sorridendo quando, già grandicello, la incontravo per strada. Così, come giusto pendant con quello che ho pensato delle suore, nel mio animo le maestre sono sempre state tutte buone e belle, tanto è vero che me ne sono poi sposata una!

Le successive quattro classi delle elementari le ho fatte nella scuola pubblica. Avevo un maestro abbastanza severo (mi pare che si chiamasse Forti) e con lui ho frequentato fino alla quinta.
Devo dire che, anche se non era donna, mi sono trovato abbastanza bene con lui; al giorno d’oggi i maestri maschi quasi non esistono più. L’Equal Opportunities Commission e il WWF dovrebbero intervenire …
A quel tempo, a parte la “signorina di religione”, c’era un unico/a insegnante per ogni classe e per tutte le materie, compresa la ginnastica (pardon: l’educazione motoria) e non il bailamme attuale di cinque/sei maestre che magari non vanno neppure d’accordo tra di loro.
Io ero tra i più alti della classe, perciò stavo con un compagno nell’ultimo banco della fila sotto alle finestre. Allora le classi, tutte maschili o tutte femminili, arrivavano a 32 bambini e anche più, disposti su tre file di doppi, robusti banchi di legno massiccio. I banchi erano fissati tra loro in modo che ogni fila formasse un unico blocco, ben fermo al suo posto.
Sul piano superiore del banco era forte la distrazione per gli sfregi e gli scarabocchi lasciati dalle generazioni precedenti di scolari; c’era poi la possibilità di giocherellare con la scanalatura della penna e il calamaio di vetro nel suo tondo foro di alloggio.
Che bellezza quando il bidello (pardon: il commesso) veniva con la grande ampolla e lo straccio a riempire i calamai: una bella distrazione e si perdeva un bel po’ di tempo.

Di quel periodo abbastanza lungo ho diversi ricordi, sia piacevoli che tristi. Tra quelli belli, ad esempio: la merenda del pomeriggio. Una delle iniziative assistenziali dopo il periodo di guerra era appunto la merenda, che gratuitamente a metà pomeriggio veniva distribuita nelle scuole.
Se un giorno il mezzo panino era con la marmellata, quello dopo era accompagnato da un blocchetto di durissima cioccolata amara, forse dono dell’esercito alleato. Io la vedevo soltanto in quell’occasione, perché la guerra aveva impoverito la mia famiglia e la cioccolata non ce la potevamo permettere a quei tempi.
Che bello quando il bidello (di nuovo pardon) arrivava in aula col grande vassoio di legno dove stavano ben allineati quei bei mezzi panini con i cubetti tanto desiderati! La mamma però mi diceva:
– Giorgio, non mangiartela tutta, portane a casa un pezzetto per Gabriella –
ma mi pare che vincesse quasi sempre la gola e che raramente ne portassi un po’ a mia sorella.
Lei, invece, quando era il suo turno si ricordava spesso del fratellino!

Uno dei ricordi tristi, invece, era quando il maestro sospendeva un compagno per qualche grave motivo, cosa che è capitata più volte ad un ripetente; penso che lui avesse delle difficoltà in famiglia e che i genitori non potessero dedicarsi a lui abbastanza. Era più grande e sviluppato: in terza/quarta lui parlava già di sesso.Quando i più scafati sogghignavano alle sue barzellette, quelli che non le capivano (io tra questi) facevano lo stesso finta di ridere.
L’alunno che veniva sospeso doveva restare in piedi, là presso la cattedra, ad ascoltare il maestro che a voce alta (perché fosse un monito per tutti noi) compilava sul registro la nota da mandare in Direzione. Man mano che si susseguivano le parole, il poverino cambiava atteggiamento: la sua indifferenza mutava in pianto e in singhiozzi. E allora qualche lacrimuccia veniva anche al sottoscritto; ahimè, sono stato sempre molto sensibile …

Ho un bel ricordo della signorina di religione. Anche lei ogni volta dolce e paziente. Per invogliarci ad imparare le preghiere e i precetti, lei distribuiva ai più meritevoli i suoi oggettini.
Il più semplice era un piccolo cartoncino lucido, bianco con stampata in corsivo la parolina magica “Lode”. Io ne avevo quattro o cinque ma c’era chi ne aveva raccolti di più.
Un premio però ancor più gradito erano le cartoline delle Missioni, che mostravano momenti di vita sociale dei popoli africani presso i quali si recavano quei sacerdoti. Penso che l’insegnante le tenesse per cederle in cambio delle offerte, ma che per affetto le distribuisse gratuitamente ai suoi alunni più bravi.
Me ne ero meritate due serie di dieci cartoline ciascuna: le custodivo gelosamente e quando le guardavo mi perdevo con l’immaginazione. Allora non c’era la TV, i libri erano assai poveri di illustrazioni rispetto ai testi ultra-colorati e multimediali di oggi, perciò i normali bambini avevano poche nozioni su come vivessero i popoli più lontani. Quelle cartoline erano per me una finestra spalancata su mondi completamente diversi dal mio.
Certo, quei volti neri mi facevano pure un po’ impressione, ma in fondo, messi lì in posa per il fotografo, erano visi felici e sorridenti.
Una delle cartoline preferite rappresentava due giovani guerrieri, seminudi, che, per la gioia di aver catturato il grosso serpente che portavano sulle spalle, ormai morto, sorridevano mostrando tutti i loro bianchissimi denti. E c’era in basso la didascalia, che chiariva benissimo il motivo della loro grande gioia; diceva infatti, più o meno: “ce lo mangeremo per cena”.

Vi mostro qui una foto di quando a nove anni frequentavo la quarta classe. Potete verificare che eravamo davvero numerosi e tutti maschi.
Alla scuola elementare

Oggi si parla di mobbing e, nell’ambito scolastico, di tanti genitori che vanno dal direttore (pardon: dal dirigente) a lagnarsi perché il proprio figliolo viene preso in giro dai compagni di classe.
La cattiveria dei più arroganti e maliziosi verso i più deboli purtroppo non è mai mancata, ma le cose ai miei tempi si regolavano tra di noi.
Ci avevano provato anche con me, perché ero un bimbo tranquillo e un po’ timido: una facile preda per i più cattivelli, specialmente quando in gruppo e numerosi. Mi avevano soprannominato “Angelino” e chiamandomi con quel nome cercavano di farmi arrabbiare, dato che Angelino, personaggio allora in voga nei fumetti, era un omone grande, grosso e un po’ tonto.
Io cercavo di non farci caso per dar loro alcuna soddisfazione, così si stufavano. Però se ne beccavo qualcuno fuori dal gruppo, gli facevo ben sentire le mie ragioni: ero infatti un ragazzino grande, grosso più di loro e molto arrabbiato!

Quando ho frequentato la quinta classe, essendoci allora gli esami di ammissione alla prima media, aboliti con le successive riforme, io e altri quattro compagni di classe andavamo a ripetizione a casa del nostro maestro (zitti noi, zitto lui); là ci faceva fare molti esercizi per superare meglio l’esame.
Noi ragazzetti, al pomeriggio andavamo a piedi fin dove abitava, quasi sempre tutti insieme e ne combinavamo parecchie lungo la strada. Ne cito una come esempio.
Un gran divertimento era suonare i campanelli delle case lungo la via e svignarcela a gambe levate. Non si trattava di una semplice, magari lunga scampanellata e poi la fuga, ma di una lunghissssissima scampanellata! Perché il procedimento era: primo, infilare un fiammifero o qualcosa del genere tra il pulsante e il suo foro, poi schiacciare il campanello fino in fondo ed, infine, spezzare lo stecchino per non lasciare alcuna facile possibilità di toglierlo.
Quel campanello suonava allora per minuti e minuti, finché qualcuno abbastanza abile e con l’attrezzo giusto arrivava in soccorso del malcapitato inquilino.

Oggi ad oltre settanta anni, mi accorgo di avere tante cose da ricordare, alle quali per lungo tempo non avevo più pensato. Per fortuna sono rimaste, pur se assopite, in fondo alla memoria.
Sono come conchiglie dell'arenile, sepolte da un po' di sabbia ma ancora là se le cerchi. Non si sono smarrite.
Si risvegliano e sanno portarmi ancora un vento fresco di sensazioni ed emozioni dall'infanzia lontana.





La scuola



G.A.

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